HABITAT. Altre storie di resistenza: conversazione con Alberto Gandolfo
Da un volto che custodisce una memoria a uno spazio che racconta una forma di sopravvivenza. In HABITAT. Altre storie di resistenza, in mostra negli spazi di Officina Coworking di DumBO fino al 18 luglio, il fotografo palermitano Alberto Gandolfo mette in dialogo due lavori nati in momenti diversi del suo percorso: Quello che resta, dedicato ai familiari delle vittime della cronaca italiana, e HABITAT, che documenta le condizioni di vita dei lavoratori invisibili e dei migranti nel Sud Italia.
Due progetti che cambiano linguaggio, distanza e prospettiva, ma condividono la stessa domanda: come si continua ad abitare il mondo dopo un trauma, nell’invisibilità o ai margini?
Ne abbiamo parlato con Alberto Gandolfo, ripercorrendo il suo percorso, il rapporto con le persone ritratte e il ruolo che la fotografia può avere nel trasformare la memoria individuale in coscienza collettiva.
1) Ci racconti chi sei e come nasce il percorso che ti ha portato a sviluppare questo progetto?
Sono un fotografo palermitano specializzato nel ritratto. Nel 2016, con Iole Carollo e Peppe Tornetta, ho fondato Église, un luogo deputato alla promozione della cultura visiva nella Kalsa, al centro di Palermo. La mia formazione è avvenuta tramite i corsi nella mia città e un percorso di mentoring con autori e professionisti del settore, tra cui mi piace ricordare Efrem Raimondi. Ho sempre pensato che attraverso i ritratti si potessero raccontare delle storie e proprio Efrem mi ha insegnato che il ritratto non si riferisce solo alle persone.
Questa doppia esposizione nasce da un’idea condivisa con Benedetta Donato, che ha curato entrambi i progetti: Habitat e Quello che resta. Si tratta di un’evoluzione quasi naturale, di un percorso di consapevolezza e di evoluzione personale, in cui esploro due modi diversi di “abitare” il trauma e la Storia attraverso la fotografia. Il viaggio è iniziato nel 2017 con Quello che resta, un progetto in bianco e nero su pellicola istantanea. L’idea iniziale era di denunciare i lati oscuri degli ultimi quarant’anni di cronaca italiana, ma l’incontro con i familiari delle vittime ha trasformato il mio intento: ho voluto spostare l’obiettivo sulla loro dimensione intima, sui loro volti straordinari e sulla loro silenziosa resistenza civile per la giustizia. Da questa indagine sul volto e sulla memoria individuale che si fa collettiva, ho avvertito il bisogno di cambiare prospettiva e focale con Habitat. Passando al colore e al digitale, ho allargato lo sguardo verso lo spazio, documentando dal 2020 le condizioni dei lavoratori invisibili e dei migranti nel Sud Italia. Entrambi i progetti sono uniti dal filo conduttore della resilienza umana di fronte alla precarietà e all’invisibilità.
2) Hai percepito una differenza tra chi vive una sofferenza “invisibile”, come molti lavoratori migranti, e chi invece porta un dolore già esposto mediaticamente dalla cronaca?
Sì, esiste una profonda differenza nel modo in cui queste sofferenze si relazionano con lo spazio, la memoria e la società. In Quello che resta, i soggetti hanno subito una tragedia legata a fatti di cronaca che hanno avuto un’enorme diffusione iconografica e mediatica. Il loro è un dolore “esposto”, ma il mio lavoro si concentra su ciò che è rimasto fuori dall’inquadratura dei media: la loro è una resistenza intima e privata per trasformare il trauma in una battaglia civile collettiva.
Al contrario, i lavoratori migranti di Habitat vivono una marginalità assoluta e un’invisibilità sociale ed economica. Per loro non esiste una memoria pubblica da difendere, ma una sopravvivenza quotidiana da conquistare, nell’invisibilità e nella negazione della società.
Mentre nel primo caso la resistenza scava nel ricordo e nel legame con chi non c’è più, nel secondo si esprime attraverso la necessità vitale di creare un “domicilio dell’identità“, un rifugio dignitoso anche all’interno di baraccopoli fatiscenti e precarie.
3) C’è un momento o un incontro in particolare vissuto durante questa esperienza che vorresti condividere e che non hai mai rivelato?
Più che un singolo segreto mai svelato, ciò che custodisco come un dono prezioso è l’intima dinamica che si è creata con le persone di Quello che resta grazie alla scelta della fotografia istantanea. Lavorare con una tecnica quasi obsoleta e in bianco e nero mi ha permesso di condividere immediatamente il risultato dello scatto con i soggetti. Ricordo la forte commozione e l’empatia profonda che si generava nei loro occhi quando tenevano la foto tra le mani: in quel preciso istante, la barriera tra fotografo e persona svaniva, trasformando l’atto del fotografare in un momento puro di condivisione e di fiducia reciproca. Allo stesso modo, negli insediamenti di Habitat, l’incontro con la dignità dei lavoratori che decoravano le soglie delle proprie dimore di fortuna mi ha insegnato come la bellezza e la voglia di vita possano emergere anche nei contesti più drammatici.
4) Se questa mostra dovesse lasciare una domanda agli spettatori quale vorresti che fosse?
Vorrei che lo spettatore si chiedesse: Qual è la mia responsabilità di fronte a queste storie e come posso contribuire a far sì che questa memoria non cada nell’oblio? Sia i familiari delle vittime di cronaca che portano avanti battaglie che investono tutta la collettività, sia i lavoratori invisibili che vivono ai margini della “Fortezza Europa”, ci interpellano direttamente. Vorrei che il pubblico non guardasse queste fotografie con distacco o con commiserazione, ma che riconoscesse in questi volti e in questi spazi una parte della nostra storia contemporanea, sentendosi chiamato in causa in queste rivoluzioni silenziose in cui, inevitabilmente, siamo tutti coinvolti.
(Credit immagini: Alberto Gandolfo)

